DECRESCITA FELICE…sapersi contentare consumando ciò che si produce…autarchia ?

Charlie_Chaplin_testata

di Paola  Tassinari                                                               “Decrescita felice”, mi ha incuriosito molto questo tema del filosofo ed economista Serge Latouche, così d’acchito è un termine che mi è piaciuto, perché io sono per le piccole cose, non mi piace la ricchezza, se fossi ricca, non sarei felice perché mi dispiacerebbe vedere gli altri con meno cose di me, non mi piace il lusso, credo che occorra il necessario e non il superfluo, quest’ultimo un poco magari, ma col contagocce. La ricchezza poi ha il male dentro di sé, perché non è oro interiore che più ne hai e più ne vuoi più sei felice, è denaro che più ne hai e più ne vuoi più sei infelice e schiavo del potere che la ricchezza dà, perché è vero che il censo può darti comando ma è anche vero che devi usare un mucchio di energia per mantenerlo, e ad aumentarlo ancora di più, senza contare che poi non te lo puoi portare dietro quando muori. La ricchezza ha senso solo se la fai fruttare come mezzo per alleviare la povertà degli altri, che magari non meritano neanche niente, ma si dà per se stessi, perché dando ci si arricchisce d’oro dentro la nostra anima. Comunque la decrescita felice è una critica al capitalismo, quest’ultimo si basa sul concetto che la ricchezza produce ricchezza, all’infinito. Ma la crescita illimitata è impossibile. Latouche fa un esempio estremamente convincente: “Con un aumento del PIL pro capite del 3,5 per cento annuo (che corrisponde alla media francese tra il 1949 e il 1959), si ha un fattore di moltiplicazione 31 in un secolo e di 961 in due secoli! E con un tasso di crescita del 10 per cento, che è quello attuale della Cina, si ottiene un fattore di moltiplicazione 736! A un tasso di crescita del 3 per cento, si moltiplica il PIL di venti volte in un secolo, di 400 in due secoli, di 8000 in tre secoli”. Nella visione della decrescita, le comunità sono autonome. Escluse le merci che realmente non sono producibili in loco, niente va importato. Una città consuma solo gli alimenti che produce, consuma solo l’energia che produce e utilizza solo gli strumenti che crea. Qui assume importanza la questione delle energie rinnovabili, in grado di rendere autonomo anche un paese che non ha materie prime, fondamentale poi il riciclo. Decrescere vuol dire produrre e consumare di meno, e questo vale sia per le merci che per i servizi. Recessione, dunque? No solamente, tutto quello che non è necessario consumare, semplicemente non va prodotto… ma i posti di lavoro in meno, come facciamo? Con la decrescita felice ci sarebbe più lavoro perché ristrutturare le abitazioni, ridurre gli sprechi di energia e di materie prime, recuperare i materiali, salvaguardare l’ambiente, investire nelle migliori tecnologie e soprattutto lavorare meno per lavorare tutti, può creare milioni di posti di lavoro. Quasi un passo indietro, qualcosa che fa pensare al feudalesimo, mah, sulla carta sembra una buona cosa, d’altronde aumentare il PIL è matematicamente impossibile e la matematica, anche in quest’epoca così subdolamente relativa, non sbaglia, inoltre i sistemi non durano all’infinito, il capitalismo è andato bene ma ora sembra un cane che si morde la coda, cioè un concetto vuoto che non spiega niente ma che nella spiegazione ripete ciò che dovrebbe spiegare… come la società di oggi vuota di valori morali, anzi dove morale è diventato amorale e quest’ultimo termine è diventato legge.

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